Perché abbiamo scelto il villain: il male come conseguenza, non come scelta

Ce lo siamo sentiti chiedere spesso: perché per la vostra prima antologia avete scelto proprio i cattivi? La risposta è più lunga di quanto sembri, e comincia da una cosa scomoda.

Senza il male non esiste l’eroe. Non è una battuta da quarta di copertina: è il meccanismo con cui funzionano le storie da quando ce le raccontiamo. Se nessuno si oppone, non c’è una scelta da fare; se non c’è una scelta, non c’è un valore da difendere; e se non c’è niente da difendere, non c’è nemmeno una storia. C’è solo una cronaca di cose che succedono.

Il cattivo, in un racconto, non è l’ostacolo. È il metro. Ci dice quanto pesa davvero quello in cui il protagonista crede, perché ne misura il prezzo.

Il male è una conseguenza, mai una scelta

Qui sta il punto che ci interessava di più, e che fa la differenza fra un cattivo scritto bene e uno scritto male.

Quasi nessuno, nella vita vera, si sveglia decidendo di essere malvagio. Il male è una conseguenza: nasce ogni volta che non si fa la cosa giusta. E la cosa giusta è quasi sempre difficile — costa tempo, coraggio, soldi, o semplicemente una conversazione che non abbiamo voglia di avere. Il male si insinua in quello scarto, fra quello che sappiamo di dover fare e quello che facciamo davvero.

È una cosa che chi studia queste faccende ha detto in modo più solenne — Hannah Arendt la chiamava banalità del male — ma il succo è quello: quasi mai si presenta come male. Si presenta come stanchezza, come paura, come “tanto lo fanno tutti”, come una scorciatoia ragionevole.

Ed è anche il motivo per cui un villain riuscito ci mette a disagio. Perché la sua logica, se la segui abbastanza a lungo, a un certo punto sta in piedi. Non ti convince, ma la capisci. E capire è sempre un passo più inquietante che condannare.

La cattiva più famosa di tutte tiene in mano la nostra antologia dei cattivi. Ci sembrava giusto così.

L’abbiamo mascherato perché era troppo brutto da guardare

C’è un secondo movimento, ed è quello che rende il tema irresistibile dal punto di vista narrativo.

Il male, nella sua forma nuda, è insopportabile. Non si può guardare a lungo. Così abbiamo fatto l’unica cosa che sappiamo fare davvero: l’abbiamo raccontato mascherandolo. Gli abbiamo dato un mantello, una risata, un castello, una voce profonda. L’arte lo ha reso spettacolare, scenografico, affascinante — e nel farlo lo ha reso guardabile.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti. I grandi cattivi della letteratura e del cinema gareggiano con gli eroi per magnetismo, per carisma, qualche volta perfino per statura morale. Pensateci un attimo, con sincerità: nessuno di noi odia davvero il professor Moriarty. Né Sauron, né il Joker, né Dracula, né Skeletor.

Li aspettiamo. Ci mancano quando non sono in scena. Ne compriamo le action figure — e chi vi scrive ha un negozio pieno di scaffali che lo dimostrano.

Non è una cosa nuova

Vale la pena ricordare quanto è antica, questa faccenda. Il Satana del Paradiso perduto di Milton è così convincente che da trecent’anni i lettori discutono se non sia lui il vero protagonista del poema. Riccardo III si presenta al pubblico dichiarando apertamente che sarà un mostro, e il pubblico lo segue lo stesso — anzi, proprio per quello. Iago non ha nemmeno un movente che regga, e resta il personaggio più vivo dell’Otello.

Quando un autore dedica al suo cattivo la stessa cura che dedica all’eroe, succede sempre la stessa cosa: il cattivo se ne va in giro per il libro e se lo porta via.

Le prime copie, appena uscite dalla scatola. Venti racconti, venti modi diversi di avere torto.

Così abbiamo reso i cattivi degli eroi

Da qui il titolo, che è una piccola provocazione e insieme una constatazione: Gli eroi del Male.

Quando abbiamo aperto il contest da cui è nata l’antologia, la richiesta agli autori era esattamente questa: volevamo scoprire nuovi cattivi, capaci di farci innamorare delle loro storie. Non caricature. Non mostri con la risata sinistra. Personaggi con una logica propria, abbastanza solida da reggere il peso di un racconto intero senza che nessuno venga a salvarci con una morale finale.

Nel volume ne sono arrivate venti interpretazioni diverse, e la cosa che più ci ha colpiti è quanto poco si somiglino fra loro. C’è chi ha scelto la strada del potere, chi quella del dolore, chi quella del fanatismo, chi la più difficile di tutte — il cattivo che ha semplicemente ragione, o crede di averla, e non c’è verso di dimostrargli il contrario.

In parecchi di questi racconti, alla fine, l’eroe buono diventa superfluo. Non perché manchi: perché non serve più. La storia si regge sul suo avversario.

Perché un’antologia, e perché per prima

Una nota editoriale, che è il genere di cosa che su questo diario raccontiamo volentieri.

Un’antologia nata da un contest è, per una casa editrice piccola, la forma più onesta di scouting. Non chiedi a un autore di consegnarti un romanzo intero per scoprire se vi capite: gli chiedi un racconto. Lui rischia settimane, non anni. Noi leggiamo decine di voci diverse in poche settimane invece che una alla volta. E chi non entra nel volume ha comunque una lettura vera alle spalle, non un modulo di rifiuto.

È anche il motivo per cui la collana si chiama Voces: è la rotta del nostro catalogo dedicata alle antologie e alle voci nuove. Il posto dove si entra per la prima volta.

Non cerchiamo solo libri: cerchiamo persone.

Una domanda per voi

Chiudiamo con quella che ci interessa di più, e che è il motivo per cui questo diario esiste.

Qual è il cattivo che avreste voluto scrivere voi? Non il più spaventoso: quello che, mentre lo leggevate o lo guardavate, vi ha fatto pensare però, da un certo punto di vista…. Quello è il cattivo riuscito, ed è quello che cerchiamo ancora.

Gli eroi del Male, AA.VV., collana Voces. Lo trovate sul nostro sito e allo stand 99 del Campania Libri Festival, a Palazzo Reale.

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